Consolazione

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Albero, che ovunque sei sei lo stesso.
Nessun albero scompaia prima che un corpo lo abbia radicato in sé nella perdita.

La mano che scrive non deve perdere il nero del dolore ma sollevarsi dalla pesantezza dello stesso per non perdere traccia della direzione. Sono passati giorni dalla scoperta traumatica del taglio dell’albero, del mio Albero, e quando scrivo “mio” contemplo ogni essere a cui è stata amputata una parte di esistenza da quel taglio. Tra gli esseri contemplati ci sono anche il contadino e il proprietario del terreno; la terra che racchiudeva le radici; l’aria respirata e restituita; la luce lasciata al buio; l’acqua che non si trasformerà in legno foglia e stagioni; alle stagioni senza suoni; ad una sposa senza corpo.
L’insensatezza di questo produrre, che contempla un tronco come una perdita -piccolissima in termini quantitativi- di denaro e di tempo per girarci intorno, se solo misurasse quanto enorme è la coltivazione del brutto, dell’impoverimento, dell’ignoranza e della miseria, andrebbe a piedi nudi nella fossa lasciata da Albero in quell’acqua di dolore incessante.
La terra attende i nostri piedi e che le gambe diventino foglie, per non troncare la linfa delle cose che scorre anche nelle pietre.
Torno e tornerò ogni giorno in pellegrinaggio, come Albero che ovunque sei sei lo stesso.
Chi vuole venire con me è il/la benvenuto/a.
Un pellegrinaggio comunitario può cambiare le cose. Questo la terra chiede. Questo vogliono anche i sordi: qualcuno che li aiuti a sentire.
Una fossa può diventare un nuovo fosso in cui far scorrere linfa in direzione opposta alla rovinosità dell’umano.
Venite, di quel venire che è anche andare nei vostri attorni e sposarli smisuratamente.
Questo mondo non è di nessuno perché sia di tutti, è di ognuno perché nessuno si senta escluso.

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Da questo incessante pellegrinaggio alla perdita,
consolazione crolla e rinasce, rinasce e crolla.
Canali di linfa, vertebre e tronco,
dove siamo alberi di ossa
gambe di foglia
radici della stessa sostanza.

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In questi giorni di luci basse la terra in cui Albero radicava in altezza e in profondità cambia aspetto ogni giorno. Il trattore arancione sposta solleva riporta spiana scava copre ricopre terra su terra, terra che è sempre la stessa. Si vede che i miei occhi non tengono in conto le manovre della produzione, perché solo oggi ho compreso che tutto quel lavorio incessante era mosso da un progetto ambizioso: livellare il declivio.
Che le luci intime dell’inverno stendano un velo di pietà, perché in primavera tutta la vita racchiusa possa trovare qualche necessaria resistenza di membrana su cui premere.

Sposo

(…)
Hai scelto l’albero?
Arrampicati a morsi
innesta il legno
dove hai perso sicurezza.
L’acqua bagna le fratture,
insinua luce nella luce,
che alla fine del percorso
troverai pulsante prima delle ferite.
La collera che ti protegge
è questo vuoto che ho lasciato
per l’affondo dei tuoi piedi
dove terra risorge
a ogni tuo passo che la sfiora.
Scegli l’albero,
non si distrae l’usignolo.

da “L’amore non s’immagina, si abbandona” in Dire casa (Arcipelago Itaca Editore, 2015).

 

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