La città perfetta, Olivo Barbieri

nuno
Immagine de La città perfetta di Olivo Barbieri presa da Twitter di Nuno F. da Cruz

Se è vero che siamo figli della narrazione, la rappresentazione visiva non è che uno degli strumenti di diffusione di fronte alla quale, da iniziali spettatori, ne veniamo letti, visti nel nostro essere interpreti di una poliedrica realtà.
Talenti poliedrici, rassegna fotografica alla decima edizione organizzata da Centrale Fotografia  in questi giorni fino a domenica  10 giugno a Fano, mi pare sviluppare nelle celle della Rocca Malatestiana, piccole stanze rese buie da una tenda nera dietro cui video e installazioni visive attendono spettatori, la narrazione che ci interpreta, consegnando brevi, ma anche opere video di un’ora, fornendo punti di vista illuminanti come l’arte sa fare quando lo è.
Gli spazi della Rocca, un grande prato alberato a metà con piccole celle ricavate nel profondo muro della fortezza, entrano a far parte delle opere proposte: non è la prima volta che Centrale Fotografia è capace di mettere in dialogo opere e luogo in cui vengono esposte. E’ il caso dell’ultima cella a destra, dando le spalle all’entrata principale, in cui sopra ad un minuscolo altare bianco è collocata l’installazione Vegeto Vegetalis (1998) di Robert Gligorov. Nella poca luce che la sola porta  proietta nella stanza, un luminoso corpo ricoperto di sanguigne foglie verdi e quindi nudo, è esposto come simulacro di un sacro che un qualunque altare consacrato troverebbe dissacrante. Come la scelta del luogo, la collocazione specifica, volga nel contrario dell’ordinario il sacro nelle cose. E’ la riuscita doppia: opera e visione dei curatori che la collocano.
Camminando sul prato, entrando e uscendo dalle celle dove i video vengono proiettati senza soluzione di continuità, il ritmo serrato dal volume, credo volutamente alto, de La città perfetta (2015) di Olivo Barbieri, accompagna nel tempo tra una visione e l’altra, non lasciando mai la tenuta della narrazione generale.
La città perfetta, un video composto da migliaia di immagini riprese dall’alto, scandite in meno di un secondo ritmo-immagine-suono; una raffica ipnotica che trascende i luoghi stessi delle riprese, che assorbe i confini personali con cui si entra facendoci sprofondare come sospesi nel viaggio lungo una costa, un’autostrada sempre trafficata che collega partenze e arrivi,  campagne variopinte e agglomerati industriali, periferie tutte uguali come uguali e spersonalizzanti villette a schiera chiudono come celle, questa volta sì!, un vivere che diventa anonimo. Eppure, il martello del suono, il ritmo che non dà tregua solleva e mantiene vivissima l’attenzione. Ne vengo catturata. Chissà se nell’intento di Barberi c’è di trattenere gli spettatori in una specie di colla visiva e sonora, fastidiosa al punto di diventare attraente, e di prendere il corpo dello spettatore facendolo coincidere con lo spaesamento che il video porta con sé?
A distanza di un giorno dall’esperienza, perché è un’esperienza a tutti gli effetti, il viaggio ipnotico non si dissolve, così radicato nei sensi e nelle mille domande che mi ponevo, velocissime anch’esse per stare dietro al ritmo del video, e che lasciavo cadere per restare in movimento, e quindi viva, in un viaggio che come convogli isolati ci appartiene, senza risposte che ne determinerebbero la fine.
Qui un brevissimo assaggio de La città perfetta, twittato da Nuno F. da Cruz.