Tarcisio Manna

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Tarcisio Manna

Questa mattina, a Fano presso il cimitero dell’ulivo, abbiamo salutato Tarci, Tarcisio Manna.

Raccontare Tarcisio è tempo che ci vuole per fare conoscenza; tempo da dedicarsi proprio e dedicare all’ascolto di coloro che lo hanno avuto accanto; tempo per attraversare, andando oltre, i cliché obsoleti, ma ancora vivi, sul disagio psichico; tempo per addentrarsi nelle spirali del sistema sanitario, dei reparti chiusi a chiave, dei TSO, dei centri di ricovero dove i cancelli e i divieti detengono la gestione del paziente come se la 180 non fosse mai arrivata; tempo per capire come un uomo come Tarcisio, con la “capacità di guardare negli occhi” -citazione dalla meravigliosa poesia di Anna, la nipote- sia stato privato della sua identità, della sua libertà, dell’espressione di sé fino a ridurre un essere umano in un lontano e difficile ricordo di chi era; tempo per rintracciare dove si fa psichiatria e chi ne offre il servizio. Eugenio Borgna (psichiatra) suggerisce un “come” molto chiaramente “se non si fanno parlare le pazienti e i pazienti, se non se ne fanno riemergere le ansie e le sofferenze, non si fa psicopatologia e non si fa psichiatria”…”Come già aveva scritto Kafka, è più facile prescrivere delle ricette, fare delle diagnosi, che non invece ascoltare chi sta male, perché quest’ultima cosa esige tempo, esige attenzione, esige riflessione.”

Tarcisio ha lasciato questo spazio, lo ha lasciato libero e varcare questa soglia per conoscere, lottare, fare rete, inventarsi forse un nuovo modo di fare rivoluzione dopo la 180 è l’eredità da accogliere.