Dove acqua e ghiaccio sono forme della stessa vita


Franca Mancinelli – Tomas Tranströmer

Non c’è nulla di sequenziale nel mio modo di incontrare un libro di poesia. Nello sfogliare i versi, girare le pagine diviene la forza e la foga con cui tagliare l’opera. Una ferita-varco, a tutti gli effetti. Può durare mesi, anni, raramente giorni. Lacerare una costruzione, quella dell’autore, per sottrarre all’io la presenza nelle pagine. E’ un’entrata violenta, lo comprendo, ma diversamente lo spavento dei confini stretti non mi passa, lasciando agli occhi, e al corpo, solo possibilità di fuga e non di lettura viva.

Solo allora tutto si calma e l’abisso vertiginoso che chiama dai versi, si fa corpo a corpo con il mio. Salto nell’oscuro, che le parole lette mano a mano schiariscono.

Leggo; la concentrazione dei significati e del senso plurale aumenta, come un cuneo che al suo vertice dice “qual è la parola, solo una, con cui posso nominare la direzione di questi versi-sentieri?” Riduttivo, direte. C’è della ragione, lo credo anche io ma so che poi passa. So anche che quella parola cercata è una parola d’amore: l’amore con cui scrivo una lettera all’autore che rimarrà bianca sul foglio, perché a scriverla saranno i suoi versi mentre li leggo. Se non c’è amore non c’è lettura.

Può capitare che un libro letto in anni, nonostante la sua brevità, trovi riparo e comprensione ulteriore nelle pagine di un altro autore e quest’ultimo possa accompagnare nei misteri del primo, svelandosi. Le due opere camminano affiancate, creando un paesaggio bianco in cui le impronte del lettore coincidono con le parole. Di questo nuovo libro esistono tante versioni per quanti lettori le hanno scritte leggendo.

Non ho mai pensato alle opere di Franca Mancinelli, come “versi che guardano a oriente” (cit. Renata Morresi). Sono proprio i paesaggi nordici e misteriosi di Tomas Tranströmer che rispondono, dalla mia personale lettura, e quindi totalmente relativa. Chi legge crea dialoghi, costruisce ponti, offre visioni. I paesaggi della lettura disegnano e mappano mondi, dove le coordinate dei testi fanno da geografia.

Nei silenzi dei ghiacci di Tomas Tranströmer, come nel silenzio dell’ascolto del corpo, dei movimenti minimi del pensiero per Franca Mancinelli, pare sgretolarsi il rumore del superfluo. I colori non distraggono, contemplando nella frequenza del bianco tutte le possibili direzioni, anche quelle mancate. Due corpi solitari avanzano su questa distesa chiara e profonda, nelle faglie sotterranee e nei crepacci. Discendono nelle falde, dove acqua e ghiaccio sono forme della stessa vita. Lo fanno per noi, per la terra, per le ferite che rimangono. Lo fanno come atto smisurato d’amore, non mancando mai alla promessa data al principio delle cose.

Franca Mancinelli – E’ sempre qui che ci incontriamo, in questo campo di forze dove puoi trovarti sulla bocca il silenzio di un altro. Nessuna presenza, nessuna costanza delle cose. La voce e i gesti governati dalla frequenza di una stazione non raggiunta.

Tomas Tranströmer – E’ successo qualcosa./ La luna illuminava la stanza./ Dio ne era a conoscenza.

Franca Mancinelli – Eri scomparso sotto il lenzuolo. Muovevi le montagne. Franava la neve. Poi tutto era fermo. Prendevo un treno e tu silenzioso mi accompagnavi al tuo fianco. Voltando la testa, oltre la linea di case, ti ritrovavo. “Credi che un nome possa avere luogo?”

Tomas Tranströmer – Nelle profondità della terra / scivola la mia anima / silenziosa come una cometa.

Franca Mancinelli – Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido.

Tomas Tranströmer – Su una roccia sporgente/si vede la fessura del troll./Il sogno un iceberg.

Franca Mancinelli, Libretto di transito (Amos edizioni, 2018)

Tomas Tranströmer, Il grande mistero (Crocetti editore, 2011)

Verso Cartoceto

Prima non lo sai che insieme si formerà una guida interiore. Una guida nascente, intima, che si addentra nei luoghi della memoria, nei ricordi che sorvegliano il presente fino a custodirlo.
Grazie all’invito di Franca Mancinelli, amica e sorella proprio nel volersi custodire, vado a fotografare Cartoceto e la Madonna delle Grazie per accompagnare un suo articolo che verrà in seguito pubblicato. Il testo di Franca “Maria, verso Cartoceto” mi guida dentro l’esposizione alla luce del primo pomeriggio, dove le case, tutte insieme, chiedono una distanza per essere viste, anch’esse in un insieme; insieme alla terra su cui sono state costruite. Cerco una prospettiva. La trovo risalendo il versante della collina di fronte a Cartoceto. Chi si espone a chi? Ciò che nella fotografia non si vede è ciò che c’è. Dai bordi fuori immagine, il paesaggio si apre e suggerisce. Chi guarda, chi fotografa in questo caso, diventa suggeritore e nei limiti del suo sguardo accompagna nell’intimità dell’invisibile.
La Madonna delle grazie, nel santuario a Lei dedicato che la custodisce nella penombra delle luci spente,si rivela. Solo lo scintillio di piccole candele fa intravvedere un bambino tenuto in braccio da una donna. Madre e figlio, la molecola generatrice. Li fotografo con l’imbarazzo di interrompere un’intimità, di rompere i confini di una protezione. Di nuovo, chi si espone a chi? Siamo in tre: la Madonna, il bambino e io. Faccio pochi scatti, il senso di invasione è forte eppure in quell’abbraccio lo sono anche io, abbracciata, anche se non si vede.
Grazie a Franca per l’invito e l’amicizia stretta, a John Taylor per averci ospitate nella rivista Fortnightly Review.

Qui l’articolo, “Maria, verso Cartoceto”.  http://fortnightlyreview.co.uk/2018/12/maria-cartoceto/?fbclid=IwAR1V7Md3SWzc_cdwSPFviXXl5xbzR-E_VophtiTjPe4ijPR9pu2CC82-d_c