Sto bene qua – John

©Sto bene qua – Francesca Perlini

John viene dalla Nigeria. E’ un incontro facile e difficile allo stesso tempo. Facile per l’immediatezza con cui il saluto e la parola vengono quando gli passo davanti, difficile per la mia poca conoscenza della lingua inglese. Nel vuoto lasciato aperto dalla mia ignoranza, i silenzi danno modo agli sguardi di sostare e lì, in quel centro parallelo e quindi umano, John apre il suo zaino, il suo portafoglio, facendomi entrare nella sua casa mobile. Tutti, tutti i ragazzi che ho conosciuto fino a oggi, si portano sulle spalle questa casa mobile fatta di fogli, alcuni assolutamente inutili per trovare lavoro, ma perfettamente piegati, logori, a testimonianza dell’impegno e della volontà di fare bene le cose nel rispetto della legge italiana. Il più delle volte i documenti mancano di parti importanti, che un iter burocratico cavilloso e inceppato non sembra sciogliersi verso una soluzione che permetterebbe, nel caso di John, di lavorare in un’azienda che ha già pronto il contratto. Oggi John tornerà in quell’ufficio che rimanda da un anno l’ultimo e definitivo atto che lo renderebbe assumibile. John sorride, emana leggerezza e determinazione anche quando mi racconta che è dovuto fuggire dalla Nigeria e fino a che la situazione non cambierà non può farvi ritorno. E’ in quel momento che mi fa vedere le foto che gli sono state scattate dopo aver subito torture indicibili. Il corpo è irriconoscibile, il volto non trattiene due occhi fissi sull’orrore che escono dalla carne per dolore e terrore. Quegli occhi sono qui, insieme a quelli che ora sorridono “Io ora sto bene. Sono libero.” John ha il permesso di soggiorno per asilo politico.
John è sbarcato a Lampedusa dopo aver attraversato Nigeria, Mali, aver sostato ad Agades alla volta di Sebha fino a Tripoli. A Tripoli è rimasto mesi perché non aveva soldi per pagarsi “il barcone”. Ha fatto mille lavori per raccogliere la somma necessaria. Un anno. Un anno di viaggio che John risolve con la libertà di trovarsi dove voleva arrivare “Sto bene, qua. Voglio lavorare.”
John è diplomato meccanico. Ho letto la lettera che il proprietario della ditta che lo assumerebbe subito, ha scritto per le autorità competenti il rilascio del documento definitivo. John ha competenze e un’ottima formazione come meccanico. Per il breve periodo di lavoro, che la legge ha permesso, John ha dato modo di farsi conoscere abbastanza da capire che è un operaio serio competente e affidabile.
“Voglio lavorare” ripete.

Sto bene qua -Ae

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©Sto bene qua -Ae

Ae
Ae, thailandese, 38 anni, da 15 in Italia. I primi cinque ha sempre lavorato anche se non regolare con il permesso di soggiorno. Da 10 “I documenti sono a posto. Tutto regolare.” Ha lavorato per il suo compagno italiano poi la relazione è finita. Mentre mi racconta del lavoro e dell’amore finito si intuisce dai gesti, dal viso che rimane disteso, che la relazione si è solo trasformata in altro salvando quello che c’era da salvare. Mi parla del suo lavoro con slancio e in quel punto sospeso ci incontriamo ancora di più, protese.
“Una parte di me vorrebbe cambiare la testa delle persone chiuse ma è inutile. L’altra parte di me si occupa di me stessa per fare bene le cose, per lavorare bene, per stare bene e sto bene qua.”
Questa sera, a casa, mangeremo il cibo che abbiamo acquistato da Ae. Ce lo ha fatto assaggiare, ce ne ha parlato facendocelo conoscere quel tanto da voler provare più varianti possibili e che ve lo dico a fare, è squisito.
Ae si pronuncia HE, emettendo tanta aria prima della -e- come fosse uno slancio.

 

Sto bene qua -Godwin

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©Sto bene qua -Godwin

Godwin

Correre verso la destinazione, affrettarsi, e ogni impedimento è un rallentamento da evitare, un ostacolo del tempo.
Godwin mi trova un parcheggio; l’ora è quella di maggiore afflusso all’ospedale dal pronto soccorso. Soccorso-afflusso-pronto-tempo, parole che di fronte a Godwin, mi fermano. Parliamo.
Godwin viene dalla Nigeria, da Benin City, da cui è partito 4 anni fa per fare rotta verso l’Italia. Il tempo, quanto tempo ha impiegato e l’immagine del tempo in mare dilata la mia fretta che diventa piccola, insignificante. Il suo mare può e deve contenere il mio, come un affido.
Su di un foglio appunto in successione i luoghi dei 3 mesi di viaggio di Godwin: Nigeria, Niger, Agadez, Mali, 4 settimane nel deserto, Libia passando da Gatron per Tripoli, 24 ore su di un barcone fino a Reggio Calabria.
“Molto difficile”.

Silenzio.

Qui, ora, davanti a me la cartina geografica dell’Africa, la rotta, gli articoli che parlano delle rotte migratorie dai paesi sub-sahariani
verso l’Europa. Basta digitare Gatron, come se fosse il centro dell’inferno, e lo è.

https://altreconomia.it/fuggire-o-morire-il-bivio-dei-migranti-forzati/

Godwin ha i documenti in regola; me li mostra; li tiene sempre con sé; ogni momento può essere giusto per trovare lavoro. La parola impreparato non è considerata.
Leggo il curriculum di Godwin, è decisamente più preciso e chiaro del mio. Ha studiato economia e commercio, un diploma equiparabile ai nostri istituti tecnici. Le referenze sono accurate, le competenze sono quelle di un ragazzo con capacità organizzative e gestionali, ma Godwin in Italia ha lavorato in un autolavaggio, ha fatto attività di volontariato per l’Auser, ha pulito campi sportivi.
L’inglese è la lingua che ha studiato e parlato e scritto fin da piccolo.
Oggi Godwin non era al parcheggio, forse era a cercare lavoro in quei luoghi che mi sono venuti in mente l’altro giorno.
“La mia famiglia è tutta in Nigeria, sto bene in Italia ma voglio lavorare”.
Godwin -Dio vince- si chiama Justice -giustizia- Godwin è il cognome. Un nome imponenente! e Godwin ride.
Godwin ha 22 anni.
La fotografia ce l’ha scattata Kelly, un suo amico.Se sapete di un lavoro e avete voglia di aiutare Godwin, scrivetemi in privato, è disposto a fare qualsiasi tipo di lavoro e aggiungo io, rispettoso della giustizia che porta per nome.