Dislocazione

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©Dislocazione -Francesca Perlini

E’ quasi al termine del suo viaggio la domanda -perché mi sento sempre fuori posto, inadeguata?
A cercare le risposte si sono aperte strade da percorrere, tracce da seguire come rabdomante dell’acqua in me stessa e nella tessitura degli incontri. Ricchezza, dicono. E’ così, è anche così ma il corpo ha continuato e continua a mandare la stessa indicazione, spostati.
Quella dislocazione di luogo e di spazio che delimita un vuoto e lo determina a rimanere tale. Nel vuoto si muovono, a guardare bene può essere una danza, il dubbio e la delicatezza, l’incerto e la gentilezza, l’insicurezza e la disponibilità.
Allora guardo i certi e i sicuri e con loro il dispiacere di non trovare un luogo vacillante abbastanza per dirci insieme, noi.

La grande paura

La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.
Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.
Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.
All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.

Piera Oppezzo, da Donne in poesia (Savelli, 1976).

 

 

Sto bene qua -Ae

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©Sto bene qua -Ae
Ae
Ae, thailandese, 38 anni, da 15 in Italia. I primi cinque ha sempre lavorato anche se non regolare con il permesso di soggiorno. Da 10 “I documenti sono a posto. Tutto regolare.” Ha lavorato per il suo compagno italiano poi la relazione è finita. Mentre mi racconta del lavoro e dell’amore finito si intuisce dai gesti, dal viso che rimane disteso, che la relazione si è solo trasformata in altro salvando quello che c’era da salvare. Mi parla del suo lavoro con slancio e in quel punto sospeso ci incontriamo ancora di più, protese.
“Una parte di me vorrebbe cambiare la testa delle persone chiuse ma è inutile. L’altra parte di me si occupa di me stessa per fare bene le cose, per lavorare bene, per stare bene e sto bene qua.”
Questa sera, a casa, mangeremo il cibo che abbiamo acquistato da Ae. Ce lo ha fatto assaggiare, ce ne ha parlato facendocelo conoscere quel tanto da voler provare più varianti possibili e che ve lo dico a fare, è squisito.
Ae si pronuncia HE, emettendo tanta aria prima della -e- come fosse uno slancio.