ilmondoètuttoattaccato

A caldo si fa solo peggio.
La passione politica investe le relazioni -una messaggera che non chiede sconti- protratta com’è ad abbagliare gli spazi taciuti, tenuti in ombra per non inquinare il già fragile filo che cuce il farsi compagnia. Qualcuno ha sussurrato “è quello che vogliono”, che ci scuciamo? Che dividiamo le nostre strade in nome di una fede politica (due parole odiose se congiunte nella pronuncia)? Dal canto mio, lo sguardo con cui entro nelle cose, non riesce mai a sezionare gli aspetti: le parti del reale che si travestono in concetti e idee, in argomenti. La voce di una bambina “il mondo è tutto attaccato” detto senza spazio tra le parole, un unico fiato coerente con la visione che non stacca, non frammenta, non disgiunge per argomentare. Crescere diviene lotta e sforzo di comunicazione incessante per tenere in vita la multidimensionalità della percezione. Qualcuno la chiama utopia, io la porto nella carne. Carne e pensiero tengono nelle relazioni quella labile tenuta esistenziale che ho imparato a proteggere, a riconoscere come filo bianco malgrado tutto. Nella parte concava della mano come nella lingua che batte il palato sillabando. Trattenere la visione è restituirla al piccolo mondo delle relazioni vicine e al grande mondo dove la mia A è congiunta al canto delle donne nordiche come al pelo sferzato dal vento di un cavallo sui prati del Monte Catria.
Di quale fede parliamo se non siamo disposti a perderci, che tanto siamo congiunti in un disegno più grande? Prima di ritrovarci, la perdita illumina il passo successivo, coerente dal bacino con l’altra gamba, più su con l’intestino delle elaborazioni, con lo stomaco degli ingredienti, con la bile della passione, con lo sterno della tenuta, con il cuore del significato delle cose, con la gola che prende le voglie, con la bocca che ci restituisce, con gli occhi che ci guardano, con il cervello che ci appella. I capelli sferzati su quattrozampe, mossi dal canto nordico.
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