Voci dall’invisibile

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Voci dall’invisibile, di un passato in un futuro infinito. Voci dai manicomi.
Dalla frammentazione di un mormorio indistinto si sollevano, precarie ma precise, voci che resistono alla chiusura dei muri e al tempo che ci separa. Come archivi i muri, gli alberi nei giardini, le stanze svuotate e i lunghi corridoi trattengono le voci. A prestare l’orecchio e lo sguardo ci dicono, benché inascoltate, di vite rese inesistenti dall’internamento.

Voci dall’invisibile è un recital che dà corpo e voce all’alienazione, nella consistenza del dire di sé, qualsiasi sia la condizione esistenziale.

Venerdì 13 gennaio, all’interno de La notte nazionale del Liceo classico, porterò Voci dall’invisibile alle h 22.20 al Liceo “Nolfi” di Fano (PU), che è stata la mia scuola, dove ancora vivissimi i muri dicono, grazie!

“Noi, da qui, continuiamo a parlare, Voci dall’invisibile,

in un tempo che dice passato di un futuro infinito.

Battete il muro, eludete le spranghe delle città transennate

alle nostre stanze.

Battete il muro, noi vi si cade nel palmo della mano

per uscire.”

Qui, il programma completo della manifestazione.

 

Stati del bianco nelle pagine di Arcipelago Itaca blog-mag

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Da che ho iniziato a fotografare questo bianco accecante, frammentando quello interiore rintracciandolo attorno a me, spazi di luce meno intensa, riposo per gli occhi e per i pensieri, hanno scritto una narrazione salvifica. Lo svelamento, come sempre, è la mano con cui le immagini tornano a me con chiarità, andando a dimorare laddove svariate me attendono la cura.
Ringrazio Danilo Mandolini, editore di Arcipelago Itaca Edizioni in cui Dire casa è stato pubblicato, per queste pagine, dove Stati del bianco, da lavoro di frammentazione quale è, compare con un ritmo d’immagini segnato dalle parole degli altri, la forma perfetta dei varchi, che noi chiamiamo dialogo.

Qui il pdf della 21a apparizione di “Arcipelago itaca” blo-mag con la pubblicazione della serie, Stati del bianco.

Quante radici, Albero

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Fotografia di Stefano Mariani

Dentro il paesaggio sono racchiusi i gesti per salvarlo da chi non vuole vedere.
Se lo sradicamento di un albero, per guadagnare due metri quadrati di terra da coltivare, è andato ben oltre un pugno di grano, lo si osservi come un sacrificio che ha radicato la nascita di un’azione potente, di una politica visionaria, che trasforma le perdite in rigenerazioni, l’impoverimento in nascite, gli abbattimenti in semine.

Dalla consolazione ai pellegrinaggi. Cos’era Albero.

Nel vuoto lasciato da Albero una ricchezza di espressioni non ha reso vana la perdita, trascendendo la fine di un singolo albero, pur attraversandola nel ricordo, per giungere in quella pianura di orizzonti vasti, fitta di crinali da cui sollevare sguardi e gesti densi di consapevolezza, bellezza e lotta. Resistere all’abominio delle campagne, al vuoto al centro dei paesi, alle spartizioni del paesaggio e all’autismo sociale ci vede chiamati a rispondere in prima persona, dove l’assoluto della poesia nelle cose è traccia e direzione da cui partire. Quando nell’umano è la poesia al centro delle azioni, non ci si allontana dalle leggi perfette della natura: una comunità che sceglie la costituzione della natura da cui proviene è una comunità che cuce relazioni sane.

Invitiamo la politica a venire nel vuoto delle perdite, sui crinali e negli orizzonti, nell’incessante lavorio delle qualità, nella premura e nella follia del bello, cantiamo la letizia camminando insieme, uscendo dagli autismi con cui i perdenti ci vogliono far credere che siamo finiti. Mettiamo a fuoco le aspirazioni e il modo di percepire, ripartiamo da dentro, da dove non ci siamo mai allontanati da casa.

Venerdì 30 dicembre nella campagna di San Costanzo, un manipolo di persone si è messo in cammino. Ora, nei passi, non resta che continuare e incontrarsi, cucirsi comunità.

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Dipinti di Lucia Alfieri
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“Maschera” di Ernesto Benna (sx) e “Piume” illustrazione di Cinzia Antinori (dx)
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“Pompei”, serie fotografica di Stefano Mariani
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Mauro Barbetti, poeta

 

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Francesca Perlini e Albero
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Il manipolo