Nell’a capo di un altro involo, la crudeltà

Verso un confine -andare verso-  determina un incontro e là, arrivati sul punto ci fermiamo lo spazio, giusto il tempo per dirci Ciao! Chi sei? Ciò che vedi sono io? Quel che sento sei tu? Questa terra che si amplia, qualcosa in cui inoltrarsi e perdersi ad ogni passo. Circoscriviamo, con i nostri corpi, un centro di speranze e cadute. Sarà l’età sopraggiunta a fare di nuovo cadere in un braciere ciò che è andato perso -per sempre- a rinnovare che il nuovo non arriva più, è mai veramente arrivato? Stiamo lì, in quel centro di proporzioni cosmiche a raccogliere negli occhi l’acqua che scorre malgrado noi, da quel ciclo fra cielo e terra che vorremmo ci graziasse, che compiacesse le nostre piccole storture. Accettare di essere bagnati e provare a rendere preghiera ogni goccia forse è ciò che resta.

Coordinate per la crudeltà (Kurumuny, 2018) lo incontro in un confine. Come sono arrivata a tenere fra le mani questo piccolo libro che ha dei solchi che vedo alberi in copertina? Provo a scoprirlo entrando fra i tronchi dopo la soglia del silenzio prima delle parole di Fabrizio Lombardo.

Accettare di venire disorientati è il modo con cui poter leggere un libro, disabilitando le proprie coordinate che tendono alla coazione a ripetere, facendo crollare i recinti del già conosciuto e radicato. Disarmarsi per leggere, mettersi in pericolo di fronte alle parole, disinnescare le mine posate e nascoste fino a qui: a saltare siamo sempre noi stessi per quanto perfettamente abbiamo sotterrato l’innesco.

Calcolo in frazioni il tempo che rimane
e i debiti che non potrò più saldare.
Da terra raccolgo armi spuntate
passi falsi e versi rubati. Ancora una pagina
mi dico sapendo che il taccuino è finito.

Questo partire che le pagine propongono. Nelle parole c’è un viaggio con poche tracce di parole nere nel vasto del bianco della pagina che le accoglie, come accoglie noi nei giacigli che il silenzio del bianco crea. A guardare bene, la porosità della carta che i polpastrelli toccano come ciechi le mani sul viso altrui, ci sono luoghi in cui annidarsi e restare. Da questa posizione privilegiata lo scritto arriva come semi in bocca, dove la terra del nostro ventre farà crescere o morire le parole in seme dopo l’involo.

questo è l’inverno che ci porta lontano. chiude le valigie, le scatole, i sacchi
di plastica. demoliti i mobili avremo ancora
posto per i ricordi, gli abbracci?

Olafur Arnalds sta dicendo ora in musica (ho avviato la playlist per non interrompere questo incontro) Happiness Does Not Wait. Non so, non lo so proprio se la felicità si è mai fermata ad aspettare che la raggiungessimo o piuttosto questa corsa non ha mai previsto una fermata in cui scendere e restare.

andare via/ e finire ogni volta e poi di nuovo
a capo. sottratte nel passaggio le rime
o i nodi non risolti della vita. già così lontani.

Ancora nel nido delle pagine di queste Coordinate per la crudeltà, nel bianco che porta fra questi rametti intrecciati la voce di Simone Weil “ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in sé stessi”. Invitare all’ascolto in questa altezza di nidi rende attenti, la pelle come i sensi fremono, un varco si apre tra lo sforzo e il disincanto e lì, in quell’istante, la vertigine ci coglie nell’a capo di un altro involo, nel non poter più restare, la crudeltà.

Ho dimenticato ancora una volta le coordinate per la crudeltà.

Fabrizio Lombardo
Nato a Bologna nel 1968, è uno dei fondatori di Versodove, rivista di letteratura. È direttore operativo della catena di librerie librerie.coop.
Ha pubblicato i libri “Carte del cielo” (VersodoveTesti, 1999), “Di quello che resta” (Fara,1998) e “Confini provvisori” (Joker, 2008). Sue raccolte sono presenti in: “Il grande blu, il grande nero” (Transeuropa, 1988), “Poesie del Navile” (Mobydick, 1996), “Sesto Quaderno di Poesia Italiana” (Marcos Y Marcos 1998), “Ákusma” (Metauro, 2000), “Parole di passo” (Aragno, 2003), “Parola Plurale” (Sossella, 2005), “La linea del Sillaro” (Campanotto, 2006); “Memoria mare” (Pendragon, 2009), “Coordinate per la crudeltà” (Kurumuny, 2018). Suoi versi sono apparsi su Il Verri, Poesia, Tratti, Atelier, La clessidra, L’Ulisse, sui quotidiani Corriere della sera e Repubblica. Ha curato le note del volume “Yellow”, di Antonio Porta (Mondadori, 2002).

Coordinate per la crudeltà (Kurumuny, 2018) lo potete trovare qui: https://www.kurumuny.it/index.php?option=com_oa&view=catalogo&id=447&lang=it

Carola Rackete

Una donna, ancora una donna resiste facendo quel che va fatto. Moltissime delle donne della resistenza italiana a cui fu chiesto “perché?”, nel rispondere hanno pronunciato le stesse parole “ho fatto quel che andava fatto”. Azioni lucide, precise e ripetute governate dalla scintilla che si prova a lottare per la libertà, la giustizia. Antieroiche, umanissime.

Carola Rackete, 31 anni, capitana della Sea Watch 
“La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”.

Adorare

Senza prostrazione del corpo il corpo infrange le prigioni, ricorda che va tutto bene, che nel celeste delle cose esistiamo a livelli con cui ci riconnettiamo per attimi. In quel corpo dentro cui credi che accada solo lo specchio del fuori -la mente tiene d’occhio il restringente- scorre un fluido di cielo e di acqua.
Va tutto bene -dice una voce di carne leggera- e poco dopo ricordi che dimenticare le vessazioni è cosciente. Tornare a vivere fuori dal bosco con gli alberi piantati in cielo e le foglie che camminano come piedi in terra.
Per questo smisurato amare.
Adorare.