Duecento passi

 

106773846_10217878327244960_6145779689138187553_o
23 febbraio 2020 h 17.36 – Francesca Perlini

Non sapevamo ancora ciò che non avremmo più saputo di lì a poco, ciò che sarebbe arrivato con una dose incommensurabile di sospensione.

Sono le 17 del 23 febbraio 2020, parto da casa a piedi per la solita camminata veloce di quarantacinque minuti per tenere allenato il muscolo trasverso che “sostiene quel tratto di schiena che ti ha ceduto” dice il neurochirurgo.
La via di casa, il giro del castello – via Montegrappa che prosegue in via Mazzini- via Togliatti, via Aldo Moro. Quasi tutte le persone che incrocio fotografano il tramonto nei vari orizzonti che si diramano dal crinale delle colline su cui sorge il paese. In via Aldo Moro incontro A. e P., anche loro fotografano l’orizzonte, verso Montegiove. Scambiamo qualche parola sui colori intensi e “arriverà?” Silenzio.
“Certo che un tramonto così si è visto raramente. Abbiamo paura, lo leggiamo come un presagio” dico sottovoce.
Ciao.
Ciao.
Cambio programma, torno a casa.
Nell’imboccare la via di casa scatto la prima fotografia.
Il presagio è oramai negli occhi e la via stranamente vuota pare darne conferma.
Cambio ancora programma. Torno in dietro e imbocco via San Vitale. Non più di duecento passi e mi fermo.
Scatto la seconda fotografia.

106988141_10217878326804949_8881209378658951928_o
23 febbraio 2020 h 17.40 – Francesca Perlini

 

Che duecento passi sarebbero stati la distanza massima percorribile non lo sapevo ancora, che in quel tramonto intenso e insolito c’era riflessa la verità di un presagio non lo sapevamo ancora.

Questo breve racconto di nessuna rilevanza, ne ho chiara coscienza, è però il tentativo di ritornare alla scrittura dalla forma più elementare: il ricordo dei gesti minimi e consueti attraverso la tenuta ai margini data dalla cronaca. Come a dire: per elaborare e poi scrivere ci vuole un tempo senza scadenze e pressioni e uno spazio a disposizione delle cose affinché ritrovino luogo, senza quell’ego che non sa nemmeno di se stesso.

La regia temporale di uno scatto

©Francesca Perlini

I molteplici piani temporali del pensiero, un’immagine, a volte, li espone e restituisce con una sorprendente semplicità.
Durante le mie camminate in piano, ci sono anche quelle sali/scendi per tenere allenato e in tensione il muscolo trasverso spinale reggi schiena, mi porto addosso una compagnia: la macchina fotografica. Ci raccontiamo le cose che vediamo passo passo. La luce di questo strano inverno, benedice e maledice, perché è proprio strana, la nostra relazione narrante.
Mi fermo. Il giallo del pedalò spiaggiato che attende l’arrivo della stagione estiva, mi attrae. E’ tutto storto. I movimenti invernali della sabbia, in quello stato di abbandono da non attività umana, affossano, coprono, piegano e sommergono gli oggetti come fossero galleggianti su un mare di sabbia. Cerco con il corpo una posizione che lo faccia sentire inserito e parte della navigazione nell’inquadratura. C’è un punto nel corpo, più o meno due cm sotto l’ombelico che sente e dice “poco più a destra, avanti di mezzo passo, no troppo, un cincinin in dietro, ok.” Click. Anche io sono nell’inquadratura. E’ tutto storto. Riprendo a camminare.
Giorni dopo, a casa, riguardo la fotografia. Sempre, qualcosa che non ho visto durante la regia dello scatto, compare, e anche in questo scatto succede.
Due innamorati. Sì, due corpi, un uomo e una donna -ma che ne sappiamo se sono innamorati o meno, da quanto si conoscono ecc ecc- pensieri che non contano. Sono il rumore da non ascoltare.
I due innamorati sono dritti. E ora, anche se sono seduta di fronte allo schermo del pc con la foto davanti, quella me nell’inquadratura mi restituisce che dritta lo ero anche io e continuo a esserlo.
E’ un pensiero da niente: non incide, non svela, non rivela.
Un nulla che non va dimenticato.