Ospitare

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© Cristina Mesturini

 

All’inizio di ogni inizio e alla fine di ogni fine c’è una parola che non si lascia recintare contro la quale urtiamo: la parola Addio.
Così Edmond Jabès annota ne Il libro dell’ospitalità.
Libro postumo, parole scritte durante l’attraversamento tra la vita e la morte, in quel periodo in cui si anticipa la vastità e si lascia la sottrazione per resistere umani.
Quando qualcuno mi chiede da dove provengano le Voci, domanda irrisolvibile ma più affrontabile rispetto a quella che che mi chiede se sia stata in manicomio data la forza e l’autenticità dei testi, la carne, e forse lo spirito, mi riportano in un tramestio di gonne, che nella forma ospitale e aperta da un lato, perché l’ospitalità è tale se la porta rimane aperta, un tramestio di gonne, dicevo, che hanno strusciato l’abisso. Quell’abisso definitivo da cui non si torna indietro e si cade in avanti, dove la caduta coagula ciò che è stato in tuo potere ma a ciò che ti è sfuggito sei appartenuto. Le Voci, e mi rendo conto solo ora che la scrittura è quasi concepita del tutto, sono la voce delle Gonne, di quelle trame indossabili solo se si è disposti a lasciare cadere un piede nell’abisso, perché quell’altro appartiene a quell’Addio indicibile fino a che non si è disposti a lasciare tutto, soprattutto ciò che non ci è appartenuto, per amore o per forza.

*
Ringrazio per la fotografia Cristina Mesturini, amica e artista con cui il vuoto nell’abisso si sottrae per affinità. Qui di seguito potete entrare in alcuni luoghi della sua arte e conoscerne il respiro:
Sito di Cristina Mesturini
Pagina facebook di Cristina Mesturini

Per chi volesse, Gonne è all’interno di Dire casa (Arcipelago Itaca edizioni, 2015) ed è ordinabile in libreria, su Ibs e direttamente dall’editore qui:
Dire casa

 

 

Cucire il ritorno, il diario

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8 agosto 2017

Il pensiero del bosco, di questo viaggio quotidiano verso la montagna, le acque gelide, il blu delle profondità, gli occhi al cielo sopra le foglie, il pensiero di mia figlia immersa da dove è arrivata, le parole superflue lasciate prima di diventare madre, il silenzio che trascina ad essere insetto, fessura tra le rocce, vento caldo, superficie e dispersione, l’essere qui senza esserci veramente. Ritornare al bosco, da lei, per smettere di essere me e lei. Un tornare che è lasciare le resistenze. Partire.
E qui arrivate voi, amici.
Sul mio balcone di casa (accessibile sempre), in una cassetta di legno ci saranno in qualsiasi momento vogliate pezze di stoffa bianca ago e fili.
Sarete voi a cucire la coda del ritorno. Cucite come volete e lasciate sul balcone il cucito, altri continueranno questa trama.
Potete fare ciò che volete sulla pezza: scrivere ricamare sporcare nulla… oltre che cucirla insieme a ciò che troverete.
Siete anche liberi di portare ciò che desiderate e quindi cucirlo a ciò che troverete.
Potete fermarvi sul balcone il tempo che vi necessita per cucire e se sono in casa vi saluterò con contentezza ma con poche parole. Questa azione ha forza nel gesto.
Non preoccupatevi di capire tutto ora, non serve. Non so nulla nemmeno io.
Sarà la coda del ritorno – del mio ritorno al bosco- dentro cui porterò, con l’atto del cucirsi, anche coloro che anelano a tornare in seno.

11 agosto 2017

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Nel pensiero dell’acqua le trame bagnate delle pezze, corpi, che terrete nelle vostre mani. Mani cuciono come acqua attraversa. Bacche accompagnano il rossore dei tentativi timidi. Radici esposte scendono nelle resistenze facendogli compagnia fino all’aria aperta, al lucore delle ore dell’amare possibile, possibile come foglie sulla superficie dell’acqua.
Ora le pezze colorate sono qui, in casa e non sul balcone insieme alle altre ad attendervi. Ho ancora bisogno di stringerle prima di lasciarle a disposizione. Ne bagnerò altre al fiume, scriverò altre sillabe di senso sul bianco, bianco che l’acqua laverà aggiungendo al cesto altri piani di cucitura, corpi.
Cosa vuoi cucire?
*Questa me insieme alle persone, con i punti fragili delle paure, del resistere a ciò a cui si appartiene.
*L’appartenenza e raggiungerla insieme nella più assoluta presenza a me stessa, ognuno al suo sé. Insieme.

15 agosto 2017

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– Cosa cuci?
– Non lo so fino a che non lo vedo.
Ai polsi suture dove il tuo corpo centrale lega legato un corpo crepa. Nella scomposizione delle visioni raggiungere traguardi stringe ai polsi i passi come muri.
Istruzioni per poco tempo:
cucire nodi – sciogliere traumi.
infilare anello – distendere anelli colonna.
accostare muri – aprire occhi.
Quante forme partorire perché la creatura ri-nasca moltitudine e sonno del bosco, cobalto e superficie?
Dire ‘Sono quel che sono. Non essere per essere’
Cucire e  cucire   e     cucire
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Se vuoi partecipare all’azione ma pensi che la distanza sia un impedimento, raggiungere il punto è lo stesso per chiunque per cui puoi cucire la tua parte e spedirmela. Sarà mia cura unirla al corpo dei corpi che va crescendo.

Per chi non sa dove vivo, e quindi dove si trova il balcone, scrivetemi qui: francescaperlini.info@gmail.com

La stanza

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Nel momento in cui le cose accadono, quale significato gli diamo e che cosa riconosciamo di noi al loro interno che ci faccia dire di avvertirne il senso?

Nell’immagine del ricordo del 2008, o forse è il 2007, il tavolino bianco -lo stesso della fotografia appena scattata- si trova più sotto la finestrella vicino al soffitto per prendere più luce possibile. Le pareti sono ricoperte di perline di legno grezzo fino a due metri d’altezza per nascondere la risalita dell’umidità.  E’ un seminterrato. Il pavimento è un telo in pvc giallo, steso sopra il cemento grezzo anch’esso. Un uomo sta scrivendo un saggio. Questo lo so, non lo vedo. L’uomo risale quattro volte al giorno dalla stanza nel seminterrato per due pause di alcuni minuti e per i due pasti principali.

L’umidità sporge dalle perline. Il mobilio è accatastato con ordine: dal più largo e resistente al più leggero e delicato. In realtà il mobilio non è visibile, protetto com’è da quattro lenzuola bianche nell’ultimo sguardo prima di staccare la corrente e trasferirmi nel luogo più lontano da qui per quanto è vicino a me. E’ il 2014. Mio padre è morto da pochi mesi e l’uomo ha pubblicato il saggio nel 2009.

Ora al tavolo bianco, dove fino a pochi minuti fa fotografie negativi e cornici lo ingombravano, siedo come immersa in un’aria compatta che sostiene a tutte le altezze, in un ordine degli eventi che presumibilmente questa scrittura svelerà, i volti e quei tratti di esistenze che si sono accompagnate alla mia. La compattezza dell’aria sulla carne entra calma con il respiro, come i muri scrostati dall’umidità dietro le perline si avvicinano alla tastiera come cartine geografiche in cui cercare su quali strade abbiamo camminato fino a questa me.