Cucire il ritorno, il diario

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8 agosto 2017

Il pensiero del bosco, di questo viaggio quotidiano verso la montagna, le acque gelide, il blu delle profondità, gli occhi al cielo sopra le foglie, il pensiero di mia figlia immersa da dove è arrivata, le parole superflue lasciate prima di diventare madre, il silenzio che trascina ad essere insetto, fessura tra le rocce, vento caldo, superficie e dispersione, l’essere qui senza esserci veramente. Ritornare al bosco, da lei, per smettere di essere me e lei. Un tornare che è lasciare le resistenze. Partire.
E qui arrivate voi, amici.
Sul mio balcone di casa (accessibile sempre), in una cassetta di legno ci saranno in qualsiasi momento vogliate pezze di stoffa bianca ago e fili.
Sarete voi a cucire la coda del ritorno. Cucite come volete e lasciate sul balcone il cucito, altri continueranno questa trama.
Potete fare ciò che volete sulla pezza: scrivere ricamare sporcare nulla… oltre che cucirla insieme a ciò che troverete.
Siete anche liberi di portare ciò che desiderate e quindi cucirlo a ciò che troverete.
Potete fermarvi sul balcone il tempo che vi necessita per cucire e se sono in casa vi saluterò con contentezza ma con poche parole. Questa azione ha forza nel gesto.
Non preoccupatevi di capire tutto ora, non serve. Non so nulla nemmeno io.
Sarà la coda del ritorno – del mio ritorno al bosco- dentro cui porterò, con l’atto del cucirsi, anche coloro che anelano a tornare in seno.

11 agosto 2017

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Nel pensiero dell’acqua le trame bagnate delle pezze, corpi, che terrete nelle vostre mani. Mani cuciono come acqua attraversa. Bacche accompagnano il rossore dei tentativi timidi. Radici esposte scendono nelle resistenze facendogli compagnia fino all’aria aperta, al lucore delle ore dell’amare possibile, possibile come foglie sulla superficie dell’acqua.
Ora le pezze colorate sono qui, in casa e non sul balcone insieme alle altre ad attendervi. Ho ancora bisogno di stringerle prima di lasciarle a disposizione. Ne bagnerò altre al fiume, scriverò altre sillabe di senso sul bianco, bianco che l’acqua laverà aggiungendo al cesto altri piani di cucitura, corpi.
Cosa vuoi cucire?
*Questa me insieme alle persone, con i punti fragili delle paure, del resistere a ciò a cui si appartiene.
*L’appartenenza e raggiungerla insieme nella più assoluta presenza a me stessa, ognuno al suo sé. Insieme.

15 agosto 2017

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– Cosa cuci?
– Non lo so fino a che non lo vedo.
Ai polsi suture dove il tuo corpo centrale lega legato un corpo crepa. Nella scomposizione delle visioni raggiungere traguardi stringe ai polsi i passi come muri.
Istruzioni per poco tempo:
cucire nodi – sciogliere traumi.
infilare anello – distendere anelli colonna.
accostare muri – aprire occhi.
Quante forme partorire perché la creatura ri-nasca moltitudine e sonno del bosco, cobalto e superficie?
Dire ‘Sono quel che sono. Non essere per essere’
Cucire e  cucire   e     cucire
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Se vuoi partecipare all’azione ma pensi che la distanza sia un impedimento, raggiungere il punto è lo stesso per chiunque per cui puoi cucire la tua parte e spedirmela. Sarà mia cura unirla al corpo dei corpi che va crescendo.

Per chi non sa dove vivo, e quindi dove si trova il balcone, scrivetemi qui: francescaperlini.info@gmail.com

La stanza

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Nel momento in cui le cose accadono, quale significato gli diamo e che cosa riconosciamo di noi al loro interno che ci faccia dire di avvertirne il senso?

Nell’immagine del ricordo del 2008, o forse è il 2007, il tavolino bianco -lo stesso della fotografia appena scattata- si trova più sotto la finestrella vicino al soffitto per prendere più luce possibile. Le pareti sono ricoperte di perline di legno grezzo fino a due metri d’altezza per nascondere la risalita dell’umidità.  E’ un seminterrato. Il pavimento è un telo in pvc giallo, steso sopra il cemento grezzo anch’esso. Un uomo sta scrivendo un saggio. Questo lo so, non lo vedo. L’uomo risale quattro volte al giorno dalla stanza nel seminterrato per due pause di alcuni minuti e per i due pasti principali.

L’umidità sporge dalle perline. Il mobilio è accatastato con ordine: dal più largo e resistente al più leggero e delicato. In realtà il mobilio non è visibile, protetto com’è da quattro lenzuola bianche nell’ultimo sguardo prima di staccare la corrente e trasferirmi nel luogo più lontano da qui per quanto è vicino a me. E’ il 2014. Mio padre è morto da pochi mesi e l’uomo ha pubblicato il saggio nel 2009.

Ora al tavolo bianco, dove fino a pochi minuti fa fotografie negativi e cornici lo ingombravano, siedo come immersa in un’aria compatta che sostiene a tutte le altezze, in un ordine degli eventi che presumibilmente questa scrittura svelerà, i volti e quei tratti di esistenze che si sono accompagnate alla mia. La compattezza dell’aria sulla carne entra calma con il respiro, come i muri scrostati dall’umidità dietro le perline si avvicinano alla tastiera come cartine geografiche in cui cercare su quali strade abbiamo camminato fino a questa me.

Dai girasoli a Montale, passando per il flash

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© Francesca Perlini, 2017

[… ]

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

[… ]

da “Portami il girasole ch’io lo trapianti” di Eugenio Montale in Ossi di seppia

 

Usare il flash per fotografare i girasoli, aggiunge luce alla luce. Svanire agli occhi, occhi che per troppa luce trasfigurano in sensi i corpi, dove i corpi smettono di ruotare su se stessi invano, dove i corpi si immaginano luce in cui perdere peso.

 

Bonjour ma Reine

Il sito Yves Brette ha selezionato “Oh mia Regina, chi ti specchierà?” e pubblicato due giorni fa, il 27. Un modo per festeggiare il mio compleanno, compleanno che non risponde più a scadenze, calendari delle attese e non ti scordar di me ma che sta come giorno in una sovrapposizione di spazi in cui percepire cos’ho toccato fino ad oggi.

La fotografia appartiene alla serie “Favole allo specchio”, serie in cui ripercorro a ritroso alcuni episodi testata d’angolo della mia esistenza fino alle prime luci di questo corpo, quando nessuna parola e nessuna mano avevano ancora definito cosa fossi.

Bonjour ma Reine!

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©Francesca Perlini

L’amore non s’immagina, si abbandona

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L’amore non s’immagina, si abbandona – Francesca Perlini


Un estratto da “L’amore non s’immagina, si abbandona” in Dire casa (Arcipelago Itaca Edizioni, 2015).

Sposalizio tra l’umano e la natura, più semplicemente tra me e il Bosco.

 

Sposa

Entro il bosco in un abito bianco
apre i rami il mio sposo
questo radicare l’attesa
sul punto della mia impronta.
Attendere il momento
nel seme e nel solco
del nostro volerci innestare futuro.
Pensàti sin dal principio
quando lasciare Casa
fu la certezza di averla persa
per sempre.
La punta del mio piede
precipita, dimentico la provenienza
questo perdere la strada
per trovare il sentiero
dove il fruscio ricorda
che siamo nati
per ritrovarci nel corpo.
L’amore non s’immagina,
si abbandona.

Sposo

Aspetto da una vita.
Da foglia a legno
da seme a sentiero,
non attendo nei dettagli
ma nell’insieme.
Questo essere intero fatto di parti
sinonimi diversi
per dirti “Ti aspetto”.
Non vedi come sporge la gemma?
La punta che ti tocca.
Talmente libero sono bosco
che il fascino l’ho lasciato
alle fotografie. Mi spoglio
ogni inverno,
che tu veda aperte
le mie mani che ti vogliono.
Tremo anch’io nella forma del vento,
il morente cade, vuoto rimane vuoto,
spazio per esistere.
Vieni anche se hai paura.

Sposa

Aprii il varco e
la vita iniziò con una sconfitta.
Il corpo c’era tutto
“femmina, ben proporzionata”
toccò la mano questa carne così misurata
mettendo un dito tra me e me.

Questo vuoto che separa,
da casa a casa,
il passaggio in questa vita.
Da qui, forse, il detto
“un salto nel vuoto” che va detto –
dice solo quando si è nel buco.
“Incorporare il dito altrui
seguire l’indicazione”
fino a che resistere
sarà l’accumulo di tutte le macerie.

Lasciare la presa.

Io ti sposo, Sposo, come sangue
che ovunque lo versi
torna a Casa.

Sposo

Qualcosa manca sempre, dopotutto.
Si aggiunge una preghiera,
litania dei mendicanti,
quando basterebbe cantare per uscire di prigione,
da quell’orlo di solitudine avvizzita,
necessaria però
come la luce che entra dalla finestra e
un tempo che cancelli il tempo,
non misurato come la neve che cade.
Ciò che resta è la sorpresa
la sorpresa che oltrepassa ciò che manca,
un atto che ne custodisca il vuoto.
Questo mio essere bosco
è il pensiero con cui mi hai vestito
per abitarmi, malgrado tutto.

Se leggero è lo spazio

Se leggero è lo spazio, il tempo scorre senza alterare  i punti d’incontro. Marzo è un mese che da qualche anno aggiunge addii definitivi a nascite che hanno significato svolte che non avrei scelto ma con cui faccio i conti ogni momento. Il caldo anticipato sembra suggerire di lasciare la presa, come sudore che rallenta meccanismi che non portano a nulla. E’ con questo nulla che busso alla falegnameria di Francesco. E’ la polvere del legno, insieme al saluto sorridente di Francesco che mi fanno entrare. Abbiamo un discorso in sospeso ma non lo ricordiamo entrambi, poi una strada non trovata riaffiora e ci ricorda che in una terra che conosco meglio dei miei pensieri, ce n’è una completamente assente nella mia geografia interiore ed è quella in cui Francesco ha scolpito nell’arenaria delle maschere. I punti d’incontro stanno disegnando una nuova mappa. Andiamo.
Francesco mi guida mentre con l’auto prendo tutte le buche della strada bianca che le piogge degli ultimi mesi hanno trasformato in un percorso da fare solo a piedi.
Lasciamo l’auto e la parete di arenaria, che qui chiamiamo erroneamente tufo, stratifica le maschere di Francesco. C’è questa aria calma, a cui non servono parole, che allarga lo spazio e del tutto e del niente che potremmo mettere dentro scegliamo la compagnia e le maschere stanno dove devono stare, sulla roccia di fronte alle nostre facce.

Francesco Morbidelli e le sue maschere in via Carestia,  Mondolfo.

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Montserrat Diaz e Francesca Perlini

Quelle nascite che non puoi pensare, prevedere o costruire a progetto o a tavolino. Nascite, appunto, di lampi che provenienti da visioni diverse hanno fatto la stessa luce. Così l’incontro fra Montserrat Diaz e me e queste due nostre creature.

Terrasangue

Se io fossi acqua, sposerei l’abito
con cui indossi l’autunno nelle foglie,
questo margine che accartoccia
l’accordo tra luce e morente
dove vivente muore
per nutrire come cucchiaio in bocca.
Terrasangue, che ovunque la versi
torna a casa.

Francesca Perlini

Terrasangue compare in “Ambrosia”, La Vita Felice 2015

 

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Montserrat Diaz

 

 

 

 

SUSANITA – Valentina Fontanella e Francesca Perlini

Lavoro fotografico di Valentina Fontanella, in arte SUSANITA, ispirato da “Gonne”, prima sequenza poetica in Dire casa (Arcipelago Itaca Edizioni, 2015) di Francesca Perlini.

 

*

Te lo dico ancora, vieni
vieni qui. accanto al limitare del mio volerti
dove svolta l’angolo in piega che hanno preso le cose.
guarda come rivolto la gonna aperta
sul punto del tuo arrivo.

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*

cammineremo dentro gonne ampie
con gambe di foglie. mani d’ali
seguiranno vie lasciate aperte
da chi cucì le trame dei sentieri.

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Voci dall’invisibile

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Voci dall’invisibile, di un passato in un futuro infinito. Voci dai manicomi.
Dalla frammentazione di un mormorio indistinto si sollevano, precarie ma precise, voci che resistono alla chiusura dei muri e al tempo che ci separa. Come archivi i muri, gli alberi nei giardini, le stanze svuotate e i lunghi corridoi trattengono le voci. A prestare l’orecchio e lo sguardo ci dicono, benché inascoltate, di vite rese inesistenti dall’internamento.

Voci dall’invisibile è un recital che dà corpo e voce all’alienazione, nella consistenza del dire di sé, qualsiasi sia la condizione esistenziale.

Venerdì 13 gennaio, all’interno de La notte nazionale del Liceo classico, porterò Voci dall’invisibile alle h 22.20 al Liceo “Nolfi” di Fano (PU), che è stata la mia scuola, dove ancora vivissimi i muri dicono, grazie!

“Noi, da qui, continuiamo a parlare, Voci dall’invisibile,

in un tempo che dice passato di un futuro infinito.

Battete il muro, eludete le spranghe delle città transennate

alle nostre stanze.

Battete il muro, noi vi si cade nel palmo della mano

per uscire.”

Qui, il programma completo della manifestazione.