La stanza bianca

©La stanza bianca – Francesca Perlini

Quando immaginai e scattai la fotografia nella fotografia, le Voci attendevano che mi addentrassi nel fine vita di mio padre, di cui Gonne è testamento e eredità; che mi rifugiassi di là dai rovi della vita, sempre più dentro il Bosco, che sposai per tornare a coincidere con qualcosa di vivo: L’amore non si immagina, si abbandona è rito e documento.
A breve la fotografia nella fotografia verrà esposta alla Primavera fotografica di Ostra. Da quella stanza di allora, la stanza disadorna di oggi, scrostata dal superfluo perché pronunciato e lasciato, è il luogo raggiunto. Il luogo che attendeva il mio arrivo, dove i suoni hanno potuto attraversare questo corpo arreso alla fine del Bosco, traducendo il trauma in parole chiare, in udibile dall’invisibile.
Voci dall’invisibile è un lungo cammino di sottrazione. Non mi meraviglierei se dopo le Voci ad attendermi ci fosse il silenzio. Il ritorno al silenzio, la prima casa.

Gonne e L’amore non si immagina, si abbandona sono racchiusi in Dire casa (Arcipelago Itaca, 2015). Lo potete trovare in libreria e qui: http://www.arcipelagoitaca.it/dire-casa/

Dove acqua e ghiaccio sono forme della stessa vita


Franca Mancinelli – Tomas Tranströmer

Non c’è nulla di sequenziale nel mio modo di incontrare un libro di poesia. Nello sfogliare i versi, girare le pagine diviene la forza e la foga con cui tagliare l’opera. Una ferita-varco, a tutti gli effetti. Può durare mesi, anni, raramente giorni. Lacerare una costruzione, quella dell’autore, per sottrarre all’io la presenza nelle pagine. E’ un’entrata violenta, lo comprendo, ma diversamente lo spavento dei confini stretti non mi passa, lasciando agli occhi, e al corpo, solo possibilità di fuga e non di lettura viva.

Solo allora tutto si calma e l’abisso vertiginoso che chiama dai versi, si fa corpo a corpo con il mio. Salto nell’oscuro, che le parole lette mano a mano schiariscono.

Leggo; la concentrazione dei significati e del senso plurale aumenta, come un cuneo che al suo vertice dice “qual è la parola, solo una, con cui posso nominare la direzione di questi versi-sentieri?” Riduttivo, direte. C’è della ragione, lo credo anche io ma so che poi passa. So anche che quella parola cercata è una parola d’amore: l’amore con cui scrivo una lettera all’autore che rimarrà bianca sul foglio, perché a scriverla saranno i suoi versi mentre li leggo. Se non c’è amore non c’è lettura.

Può capitare che un libro letto in anni, nonostante la sua brevità, trovi riparo e comprensione ulteriore nelle pagine di un altro autore e quest’ultimo possa accompagnare nei misteri del primo, svelandosi. Le due opere camminano affiancate, creando un paesaggio bianco in cui le impronte del lettore coincidono con le parole. Di questo nuovo libro esistono tante versioni per quanti lettori le hanno scritte leggendo.

Non ho mai pensato alle opere di Franca Mancinelli, come “versi che guardano a oriente” (cit. Renata Morresi). Sono proprio i paesaggi nordici e misteriosi di Tomas Tranströmer che rispondono, dalla mia personale lettura, e quindi totalmente relativa. Chi legge crea dialoghi, costruisce ponti, offre visioni. I paesaggi della lettura disegnano e mappano mondi, dove le coordinate dei testi fanno da geografia.

Nei silenzi dei ghiacci di Tomas Tranströmer, come nel silenzio dell’ascolto del corpo, dei movimenti minimi del pensiero per Franca Mancinelli, pare sgretolarsi il rumore del superfluo. I colori non distraggono, contemplando nella frequenza del bianco tutte le possibili direzioni, anche quelle mancate. Due corpi solitari avanzano su questa distesa chiara e profonda, nelle faglie sotterranee e nei crepacci. Discendono nelle falde, dove acqua e ghiaccio sono forme della stessa vita. Lo fanno per noi, per la terra, per le ferite che rimangono. Lo fanno come atto smisurato d’amore, non mancando mai alla promessa data al principio delle cose.

Franca Mancinelli – E’ sempre qui che ci incontriamo, in questo campo di forze dove puoi trovarti sulla bocca il silenzio di un altro. Nessuna presenza, nessuna costanza delle cose. La voce e i gesti governati dalla frequenza di una stazione non raggiunta.

Tomas Tranströmer – E’ successo qualcosa./ La luna illuminava la stanza./ Dio ne era a conoscenza.

Franca Mancinelli – Eri scomparso sotto il lenzuolo. Muovevi le montagne. Franava la neve. Poi tutto era fermo. Prendevo un treno e tu silenzioso mi accompagnavi al tuo fianco. Voltando la testa, oltre la linea di case, ti ritrovavo. “Credi che un nome possa avere luogo?”

Tomas Tranströmer – Nelle profondità della terra / scivola la mia anima / silenziosa come una cometa.

Franca Mancinelli – Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido.

Tomas Tranströmer – Su una roccia sporgente/si vede la fessura del troll./Il sogno un iceberg.

Franca Mancinelli, Libretto di transito (Amos edizioni, 2018)

Tomas Tranströmer, Il grande mistero (Crocetti editore, 2011)

Invisibili e regnanti

Per un periodo, ho spazzato strade.
Risultata prima, nei punteggi dei disgraziati, venni collocata come spazzina. Gennaio, febbraio e marzo di una poco più che ventenne nella neve delle ore notturne di una cittadina murata da montagne.
La scopa mi superava in altezza -scettro della notte- l’avevo nominata, così regina con il passamontagna per corona.
I viali porticati parevano aprirsi al passaggio strusciante della scopa come due folle parallele in attesa, richiudendosi alle spalle, pronte a presentarsi linde all’alba.
E’ un raccontino di nessun conto, non fosse per quello sguardo di intesa tra disgraziati, che dai bordi, invisibili e regnanti, tengono in cura le cose trascurabili.